'Un altro Paese. Un'altra Storia'. Congresso provinciale Udc di Latina.

'Un altro Paese. Un'altra Storia'. Congresso provinciale Udc di Latina.

Un altro Paese. Un’altra Storia.

 

Su queste parole si chiude il filmato sul ruolo della Dc e di una figura politica come De Gasperi nella ricostruzione dell’Italia nel secondo dopoguerra. Parole rivolte al passato, con un sentimento di amarcord. Come se oggi fosse possibile riproporre quel Paese solo nei filmati di archivio. E come se quella Storia quasi non ci appartenesse più.

 

Invece, quella Storia è la nostra Storia. Così come quel Paese, che nel ‘45 non era altro che ‘terra di disperazione e di speranza’, ha molti punti di contatto con il Paese nel quale viviamo.

 

Quella era una nazione che tornava a respirare, scegliendo di darsi delle regole. Che ripartiva da un patto costituzionale che non sarebbe mai diventato una vera intesa politica. Un patto che però intendeva mettere al riparo la democrazia e le istituzioni. Un patto che oggi noi siamo stati i primi a chiamare ‘governo di responsabilità nazionale’. Per primi a invocare e a promuovere. Perché per primi abbiamo capito il momento che stiamo vivendo. Abbiamo capito che non si scherza con il fuoco, soprattutto se il fuoco ha nomi, come spread, bond, default, che fanno paura, perché sono sentiti lontani dalla gente, freddi e sono capaci di determinare il fallimento di un’intera nazione.

 

E quando parlo di ‘responsabilità’, non mi riferisco solo al nostro Paese, ma anche al conteso europeo. D’altronde l’Unione europea è nata grazie all’intuizione di una classe dirigente di democratici cristiani, gli Adenauer, Schuman e De Gasperi che capirono che solo attraverso l’Unione sarebbe stato possibile garantire la pace e il benessere nel nostro continente. La pace che abbiamo dato per scontata in questi anni e che, invece, potrebbe essere messa a rischio dall’euroscetticismo, che ha portato alla bocciatura della Costituzione europea in vari paesi. Questo è anche il momento di riprendere il percorso interrotto. Il momento di riaffermare, come abbiamo sempre fatto, che quella dell’Unione Europea non è una scelta strumentale, una scelta delegata al campo dell’economia e della finanza, bensì è la scelta politica.

 

Oggi, è quindi necessario elaborare una nuova idea di economia, oltre che di società. Un’idea che nasca dalla lezione della dottrina sociale della Chiesa, come fu per il Codice di Camaldoli e per quelle idee ricostruttive che non intesero lanciare un programma di parte, ma si rivolgevano a una cerchia più ampia e più varia, per rilanciare l’intero paese. Il riferimento è alla dottrina dell’economia sociale di mercato come risposta al fallimento delle dottrine ultraliberiste e dell’egemonia della finanza sull’economia. Così come alla sussidiarietà, in difesa dell’unità nazionale contro gli egoismi e i particolarismi.

 

Abbiamo bisogno di una nuova idea di economia per frenare le distorsioni che hanno condotto il rapporto tra gli stipendi di un amministratore delegato di un’azienda e il suo operaio a passare da 1 a 70 a 1 a 500 negli ultimi venti anni. Per frenare la prepotenza della speculazione che non punta alla crescita ma al fallimento di interi paesi.

 

Una nuova idea che tuteli i valori di sempre, quelli del bene comune e della centralità della persona, della tutela della famiglia e della politica come missione a servizio del prossimo. Quelli della dignità e della compostezza che dovrebbero sempre caratterizzare la classe dirigente. Guardando le immagini di De Gasperi alla Conferenza di Versailles, mi sono tornate alla mente le parole della figlia, Romana, che in un’occasione pubblica mi raccontò che per quel giorno così importante il padre si fece prestare il cappotto buono.

 

Dignità e compostezza, due ingredienti di quel modo di fare politica che condussero il Paese:

Dalle macerie alla ricostruzione.

Dalla morte della patria a una vita civile organizzata su regole largamente condivise.

Dal latifondo alla riforma agraria.

Dalla notte dei tempi ai progetti di sviluppo.

 

Negli ultimi anni, in maniera rapidissima, il mondo è cambiato così rapidamente al punto che oggi è come se vivessimo in una nuova era che ci costringe a rimettere in discussione tutte le scelte strategiche sulle quali avevamo costruito un modello di società e di democrazia.

 

Dobbiamo capire, come dicevo prima, il momento che stiamo vivendo che è un momento di emergenza nel quale è necessario il contributo di tutti i partiti a tutti i livelli istituzionali non per riscrivere una manovra, ma per ripensare la nostra democrazia.

 

Non ha più senso continuare a parlare di manovre e di tagli, di riduzione dei costi della politica e di eliminazione delle province. Noi dobbiamo ripensare il ruolo del pubblico e quali debbano essere le priorità a livello regionale.

 

Non ha senso tagliare finanziamenti ai servizi sociali, mentre continuano a esistere due società regionali per le infrastrutture che non dispongono delle risorse per realizzare opere strategiche per il territorio. 

 

Non ha senso parlare di aiuti alle imprese, quando si hanno quattro società che dovrebbero occuparsi di sviluppo ma hanno a malapena risorse per pagare l’apparato amministrativo.

 

Non ha senso parlare se sia giusto o meglio tagliare le Province, dobbiamo prima capire cosa ci possiamo permettere.

Per riprendere il parallelismo con il Paese cha abbiamo visto nel filmato, questo è il momento di passare:

Dall’orlo del fallimento, al rilancio.

Da un’immagine macchiata da scandali e atteggiamenti sopra le righe, a toni moderati capaci di riconquistare credibilità all’estero e nel Paese, grazie e nonostante scelte dolorose ma necessarie.

Dalle promesse alle riforme.

Dal bipolarismo che esalta le contrapposizioni al bene comune figlio della responsabilità della condivisione e della partecipazione all’impegno nazionale.

 

Insomma, il patto costituzionale ieri, il governo di responsabilità oggi. Un patto che, allora come ora, è chiamato a creare le condizioni per garantire la ripresa, attuare riforme radicali e, soprattutto, evitare derive pericolose, ristabilendo quel contatto con la gente che rischiamo di perdere.

 

Perché, per dirla alla De Gasperi, ‘Politica vuol dire realizzare’. Realizzare Un altro Paese e Un’altra Storia. Guardando al futuro.

Qui, oggi, in questo Congresso provinciale, noi abbiamo inteso realizzare un pezzo della nostra idea di futuro. Non un punto di arrivo ma, come ha annunciato giorni fa il nostro segretario Cesa parlando del prossimo congresso nazionale, un punto di partenza verso un nuovo soggetto politico.

 

Un Altro Paese che abbiamo chiamato qui, non a essere presente ma a essere protagonista. A parlare delle proprie competenze, delle proprie idee, delle proprie esperienze. Le esperienze sono quelle da cui bisogna ripartire, da cui far nascere nuove idee e su cui applicare le competenze nei diversi settori.

 

Ecco allora che dopo di me prenderanno la parola: Roberto Rosati, presidente della Conferenza regionale sul volontariato; Sihem Zrelli, una donna immigrata arrivata venti anni fa in Italia dalla Tunisia e Claudio Castellano, ufficiale dell’Aeronautica militare che ha prestato il suo servizio in tante missioni di pace.

 

Persone che ho conosciuto personalmente, nel corso della mia vita e nella mia esperienza istituzionale in Regione. Un ruolo che quotidianamente mi dà la possibilità di confrontarmi con i tanti problemi e bisogni che le persone e le famiglie sono chiamate a fronteggiare e di incontrare chi cerca e riesce a dare risposte. Persone che condividono il nostro progetto e che hanno l’esperienza per contribuire a indirizzare nella giusta direzione le nostre scelte su questioni oggi determinanti come l’immigrazione, il ruolo del volontariato nelle comunità locali, la riscoperta dei valori che rendono ancora il nostro Paese apprezzato e credibile all’estero.

 

Un Paese in grado di riscrivere una nuova Storia.

 

Un Paese che ai giovani che infrangono vetrine e che incendiano auto, preferisce i giovani che si mettono in gioco, che vogliono costruire una famiglia nonostante le difficoltà, che difendono i valori della democrazia e della pace nelle missioni nel mondo.

 

Un Paese che a chi evade, a chi difende privilegi e interessi particolari, preferisce chi lavora onestamente, chi produce ‘benessere sociale’, aiutando chi ha bisogno senza chiedere nulla in cambio.

 

Un Paese che a chi si indigna, preferisce chi si impegna.

 

Un Paese che oggi è qui per scrivere insieme Un’Altra Storia.

 

Share this

Coda

All rights reserved 2011 aldoforte.it